Cos’è l’autismo?

L’autismo, o disturbo dello spettro autistico (ASD), è una condizione del neurosviluppo che coinvolge un’ampia gamma di caratteristiche nella comunicazione, nelle interazioni sociali e nei comportamenti. Questa condizione varia ampiamente da persona a persona, manifestandosi in modi unici e con diversi livelli di necessità di supporto. Le persone autistiche possono sperimentare sensibilità sensoriali aumentate o diminuite e spesso hanno interessi speciali molto intensi o comportamenti ripetitivi. Il supporto personalizzato e l’intervento precoce possono aiutare a gestire le sfide quotidiane e favorire una vita soddisfacente e inclusiva.

L’autismo ha una componente ereditaria?

L’autismo non è esclusivamente ereditario. Sebbene non ci sia un singolo gene responsabile, la ricerca ha individuato diversi fattori genetici che possono contribuire alla sua insorgenza. Questi fattori possono aumentare la probabilità di sviluppare la condizione, ma è l’interazione complessa tra genetica, ambiente e altri elementi a determinarne la manifestazione.

In che percentuale l’autismo colpisce i bambini?

In Italia la prevalenza stimata dall’Istituto Superiore di Sanità è di circa 1 bambino su 77 (dati 2026, circa 500.000 persone nello spettro nel Paese). La diagnosi viene posta più frequentemente nei maschi rispetto alle femmine, con un rapporto che le stime più recenti collocano intorno a 3:1 — un divario che secondo molti ricercatori riflette anche una sottodiagnosi delle femmine, più spesso identificate tardi o mai. (I dati di prevalenza vengono aggiornati periodicamente: vale la pena rivedere questo numero una volta l’anno.)

Si guarisce dall’autismo?

No, non si guarisce dall’autismo. È una condizione neurologica e non esiste una “guarigione” nel senso tradizionale ed è anche sbagliato parlarne in questo senso. Diversamente, possiamo interventi terapeutici mirati, supporto familiare e percorsi educativi adeguati, le persone autistiche possono fare progressi significativi nel loro sviluppo e apprendimento. L’obiettivo principale non è “eliminare” l’autismo, ma migliorare la qualità della vita, fornendo strumenti per affrontare le sfide quotidiane.

Un intervento precoce e appropriato può avere un impatto significativo sulle abilità di comunicazione, interazione sociale e comportamento, permettendo alla persona autistica di sfruttare al meglio il proprio potenziale.

Essere autistico vuol dire essere un genio?

Essere autistici non implica automaticamente avere un talento fuori dal comune. Tuttavia, molte persone autistiche sviluppano interessi speciali molto intensi, che possono portare a una conoscenza approfondita o a un’abilità particolare in settori come matematica, musica, arte o memoria visiva.

È importante evitare generalizzazioni: mentre alcune persone autistiche eccellono in ambiti specifici, altre no, ed è un mito comune (spesso alimentato da film e serie tv) che tutte le persone autistiche siano “geni” in qualcosa. La diversità delle capacità all’interno della comunità autistica è ampia quanto quella della popolazione generale.

I bambini autistici provano emozioni?

I bambini autistici non solo provano emozioni, ma spesso le sperimentano in modo molto intenso. Le emozioni possono manifestarsi in modi diversi rispetto ai bambini neurotipici, e la loro espressione e gestione variano notevolmente da persona a persona all’interno dello spettro.

Alcuni bambini possono avere difficoltà a esprimere le proprie emozioni verbalmente o attraverso il linguaggio del corpo, ma questo non significa che non le provino intensamente. Strategie di comunicazione non verbale o alternativa possono aiutare chi sta loro intorno a comprendere meglio il loro mondo emotivo.

Le persone autistiche possono vivere in autonomia (guidare, vivere da sole, ecc.)?

L’autismo è uno spettro, quindi la capacità di vivere in autonomia varia molto da persona a persona. Alcune persone autistiche raggiungono un alto livello di indipendenza — guidare, vivere da sole, gestire un lavoro — mentre altre richiedono un supporto costante nella vita quotidiana.

Il grado di autonomia dipende dalla complessità delle sfide individuali e spesso beneficia di strategie e supporti personalizzati pensati per promuovere l’indipendenza e l’integrazione sociale, piuttosto che essere un dato fisso e prevedibile fin dall’infanzia.

Qual è l’aspettativa di vita di una persona autistica?

Qui la ricerca è più sfumata di quanto si pensi spesso. Gli studi di popolazione più ampi (ad esempio la coorte svedese di Hirvikoski e colleghi) hanno rilevato che, in media, le persone autistiche hanno un’aspettativa di vita più bassa rispetto alla popolazione generale — ma il punto chiave è che questa differenza non deriva dall’autismo in sé. È spiegata soprattutto da condizioni di salute associate più frequenti nello spettro (come l’epilessia), da un rischio maggiore di incidenti, e — un fattore su cui la ricerca più recente insiste molto — da disuguaglianze nell’accesso e nella qualità delle cure mediche per le persone autistiche.

In altre parole: non è l’autismo a “togliere anni di vita”, ma la combinazione di condizioni di salute coesistenti e barriere nell’assistenza sanitaria — entrambi fattori su cui diagnosi precoce, monitoraggio della salute e servizi adeguati possono incidere concretamente.


Diagnosi di autismo

Quali sono gli strumenti per diagnosticare l’autismo?

I clinici utilizzano diversi strumenti standardizzati, tra cui l’ADOS-2 (Autism Diagnostic Observation Schedule, l’osservazione diretta del comportamento) e l’ADI-R (Autism Diagnostic Interview-Revised, un’intervista strutturata ai genitori). Per lo screening nei bambini molto piccoli (18-24 mesi), il pediatra utilizza spesso il M-CHAT, un questionario che aiuta a individuare i primi segnali e decidere se approfondire con una valutazione specialistica.

Cos’è il metodo A.B.A?

L’ABA (Applied Behavior Analysis, analisi del comportamento applicata) è un approccio terapeutico basato sull’osservazione e sull’applicazione di principi comportamentali per insegnare nuove abilità e ridurre comportamenti problematici, tipicamente attraverso tecniche di rinforzo positivo e programmi individualizzati.

È uno degli approcci più diffusi e con più ricerca alle spalle, ma non è l’unico né è privo di critiche: parte della comunità autistica adulta e alcuni professionisti sollevano perplessità su alcune applicazioni storiche dell’ABA, più orientate alla conformità comportamentale che al benessere della persona, e oggi si tende a privilegiare versioni più naturalistiche e centrate sui bisogni del bambino. Esistono inoltre approcci alternativi o complementari — logopedia, terapia occupazionale, modelli evolutivi come il DIR/Floortime — che possono essere più adatti a seconda del bambino e degli obiettivi individuati insieme all’équipe clinica.

Quanti livelli di autismo ci sono?

Il DSM-5 definisce tre livelli di supporto, che riflettono l’intensità dell’aiuto di cui una persona ha bisogno nella vita quotidiana. Nel livello 1, il supporto necessario è minore e consente generalmente una vita più indipendente. Nel livello 2, le difficoltà sono più evidenti e richiedono un supporto sostanziale. Nel livello 3, il supporto richiesto è molto sostanziale e costante per le attività quotidiane.

Questa classificazione descrive il bisogno di supporto in un dato momento — non è una gerarchia di gravità fissa, e può cambiare nel tempo con lo sviluppo della persona e con l’intervento.

Perché i bambini autistici sono selettivi nel cibo?

I bambini autistici possono essere selettivi nel cibo per difficoltà sensoriali o per preferenze alimentari marcate. Un’ipersensibilità a consistenze, odori o sapori intensi può portarli a evitare certi alimenti, mentre una forte inclinazione verso gusti, colori o consistenze specifiche li spinge a preferire cibi che percepiscono come più rassicuranti.

La gestione della selettività alimentare beneficia spesso di un approccio multidisciplinare — pediatra, nutrizionista, eventualmente terapista occupazionale — per garantire una dieta bilanciata che rispetti comunque le esigenze sensoriali del bambino.

Perché i bambini autistici sono oppositivi?

Un comportamento apparentemente oppositivo può nascere da cause molto diverse dalla semplice “ribellione”. Le difficoltà di comunicazione possono rendere difficile esprimere desideri o bisogni, generando frustrazione. L’autismo può inoltre compromettere la comprensione di istruzioni o situazioni sociali, portando a reazioni che sembrano ostili ma derivano in realtà da confusione o disorientamento.

Questi comportamenti sono spesso il risultato di una difficoltà a gestire e comunicare le emozioni, o a decodificare ciò che accade intorno. Strategie di comunicazione chiare, prevedibili e un supporto adeguato aiutano a ridurre significativamente queste situazioni.

Come si comunica con un bambino autistico?

Comunicare con un bambino autistico richiede un approccio su misura. Mantenere una routine costante favorisce la comprensione; usare supporti visivi, ridurre il rumore di fondo e lasciare spazio a pause riduce il sovraccarico. Osservare i segnali non verbali — espressioni facciali, gesti, postura — aiuta a leggere le sue reazioni anche quando non vengono espresse a parole.

Chiarezza e pazienza sono fondamentali: dare il tempo di elaborare le informazioni ed evitare sovraccarichi sensoriali sono aspetti essenziali per costruire un canale di comunicazione efficace.

Perché una persona autistica evita il contatto oculare?

Il contatto oculare può essere impegnativo per molte persone autistiche perché è un compito complesso, che richiede di gestire simultaneamente più stimoli: parole, tono di voce, espressioni facciali. Per una persona autistica, mantenerlo può significare un’elaborazione sensoriale molto intensa, che diventa facilmente opprimente.

Per questo, ridurre il contatto oculare può offrire sollievo dal sovraccarico sensoriale e rendere la comunicazione più fluida e confortevole. È importante non interpretare l’assenza di contatto oculare come mancanza di interesse: è spesso semplicemente una modalità diversa — e più sostenibile — di partecipare all’interazione.

I bambini autistici evitano il contatto fisico, perché?

Il contatto fisico può generare un’elevata sensibilità sensoriale nei bambini autistici, portando a un sovraccarico che li fa sentire sopraffatti. Sensazioni tattili che per altri sono neutre possono risultare sgradevoli o persino dolorose, e l’evitamento diventa un modo per ridurre ansia e disagio.

Perché i bambini autistici spesso camminano sulle punte?

Camminare sulle punte è spesso un modo per regolare l’esperienza sensoriale: riduce la superficie di contatto con il suolo e quindi l’intensità degli stimoli tattili che arrivano dai piedi. Per molti bambini, questa postura aiuta a mantenere un senso di controllo sull’input sensoriale ricevuto dall’ambiente, offrendo una sensazione di comfort quando la stimolazione circostante è troppo intensa.

Perché le persone autistiche hanno comportamenti ripetitivi?

I comportamenti ripetitivi (spesso chiamati stimming) sono un modo per gestire l’ansia e regolare lo stress. Offrono un senso di controllo e comfort in un ambiente che può risultare imprevedibile.

La ripetizione crea una routine rassicurante, aiuta a regolare le emozioni e a mantenere un senso di sicurezza. Può anche essere un modo per esplorare e comprendere meglio l’ambiente circostante, un punto fermo familiare in un mondo percepito come stimolante o travolgente.

Perché il rumore è un problema per i bambini autistici?

Il rumore può rappresentare un’esperienza molto diversa per i bambini autistici. Se il rumore ambientale ordinario spesso non causa disagio particolare, suoni improvvisi o inaspettati — un elicottero, fuochi d’artificio, un allarme — possono risultare estremamente fastidiosi. Questi suoni generano disorientamento, confusione e ansia perché non è possibile anticiparli o controllarli.

Questa reazione deriva spesso da una sensibilità sensoriale più elevata, che rende difficile filtrare o gestire gli stimoli sonori non previsti.

Come si comporta un bambino autistico negli spazi fuori casa?

La reazione agli spazi esterni varia molto. Per alcuni bambini, luci, suoni e folla possono essere travolgenti, causando ansia e stress significativi: il sistema nervoso si sovraccarica e possono comparire comportamenti di evitamento come coprirsi le orecchie, chiudersi in sé stessi o cercare un luogo tranquillo.

Altri bambini trovano difficili i cambiamenti improvvisi — la pioggia, un rumore inatteso. Creare un ambiente il più possibile prevedibile e rassicurante, offrendo supporto e comprensione, aiuta a gestire queste situazioni fuori casa.

Come si classifica l’autismo (ICD e DSM)?

I sistemi di classificazione clinica sono cambiati nel tempo. Con l’ICD-10, tuttora molto usato in Italia a livello amministrativo, l’autismo rientra nella sezione dei disturbi evolutivi globali dello sviluppo psicologico, con codici distinti come F84.0 (autismo infantile) e F84.1 (autismo atipico) — una suddivisione in sottocategorie separate, incluso il disturbo di Asperger.

Dal 2022 l’OMS ha introdotto l’ICD-11, che segue lo stesso approccio già adottato dal DSM-5 nel 2013: le vecchie sottocategorie (autismo infantile, atipico, Asperger) sono confluite in un’unica diagnosi, il disturbo dello spettro autistico (codice 6A02), con specificatori per il livello di funzionamento cognitivo e linguistico anziché in etichette diagnostiche separate. Questo riflette la comprensione attuale dell’autismo come uno spettro continuo di caratteristiche piuttosto che un insieme di condizioni distinte.

Tutti i bambini autistici hanno la legge 104?

No. L’autismo è uno spettro e ogni persona è diversa nelle proprie caratteristiche e necessità di supporto. La Legge 104 in Italia riconosce un supporto aggiuntivo — ad esempio l’insegnante di sostegno a scuola — a persone con disabilità, tra cui molti bambini autistici, ma il riconoscimento non è automatico: dipende da una valutazione individuale delle esigenze specifiche del bambino, condotta dalle commissioni competenti.

(Nota: dal 2025-2026 è in corso l’attuazione del D.Lgs. 62/2024, la riforma della disabilità, che sta modificando gradualmente le procedure di accertamento e introduce il “progetto di vita” individuale. Se volete restare aggiornati su questo, potrebbe valere la pena farne un articolo dedicato invece di gestirlo in poche righe qui.)

Nei bambini autistici si può ottenere l’invalidità o l’indennità di frequenza?

[Paragrafo da far verificare da un patronato o CAF prima della pubblicazione: le regole su indennità di frequenza, indennità di accompagnamento e limiti di reddito cambiano periodicamente e vanno controllate sulle soglie in vigore.]

In linea generale, in Italia esistono prestazioni economiche diverse a seconda del tipo e del grado di limitazione dell’autonomia del minore. L’indennità di frequenza è pensata per sostenere l’integrazione scolastica e sociale di chi ha difficoltà persistenti, ed è soggetta a un limite di reddito personale del minore, aggiornato ogni anno dall’INPS. L’indennità di accompagnamento, riconosciuta nei casi di totale incapacità di compiere autonomamente gli atti quotidiani o di deambulare, non ha invece vincoli di reddito. In entrambi i casi la valutazione si basa sulle condizioni specifiche del minore, accertate dalla commissione medica competente.

Le persone autistiche sono solitarie?

Alcune persone autistiche mostrano una tendenza a preferire attività solitarie, una partecipazione più limitata alle interazioni sociali convenzionali, o routine che aiutano a gestire l’ambiente circostante.

Non è però una caratteristica universale: molte persone autistiche desiderano l’interazione sociale, ma possono avere difficoltà a decodificarla o a parteciparvi nei modi “attesi” dalla maggioranza neurotipica. Il modo in cui l’autismo influisce sulla socialità varia moltissimo da persona a persona.

I bambini autistici ridono?

Sì, e la risata può avere funzioni diverse rispetto a quanto ci si aspetta. Per un bambino autistico può essere un modo di esprimere e scaricare emozioni intense — non necessariamente collegate al puro divertimento: a volte compare in momenti di stress o frustrazione. È comunque un canale di comunicazione emotiva, anche quando si manifesta in modo diverso da come siamo abituati a interpretarla.

I bambini autistici non vogliono praticare sport?

Le preferenze variano molto da bambino a bambino. Alcuni inizialmente non mostrano interesse per sport di squadra, preferendo attività più individuali — il nuoto, ad esempio, è spesso apprezzato per l’ambiente sensoriale che offre. Col tempo, alcuni bambini sviluppano interesse anche per lo sport di squadra, mentre altri restano più a loro agio con pratiche individuali.

La cosa più utile è osservare e rispettare le preferenze di ciascun bambino, favorendo la partecipazione in modi che trova confortevoli e gratificanti, senza forzare un modello unico di attività fisica.

Le persone autistiche provano empatia?

Sì. Le persone autistiche possono provare e mostrare empatia, anche se spesso in modi diversi da quelli attesi nella comunicazione neurotipica. Alcune hanno una sensibilità emotiva molto acuta e percepiscono intensamente le emozioni altrui.

Ciò che può variare è l’espressione dell’empatia più che la sua presenza: difficoltà nel comprendere o comunicare le emozioni altrui nei modi convenzionali non equivalgono a un’assenza di empatia, e possono portare a evitare situazioni sociali in cui non ci si sente a proprio agio.

I bambini autistici sono affettuosi?

Sì, molti bambini autistici sono molto affettuosi, pur esprimendo l’affetto in modi che possono differire da quelli più comuni — ad esempio preferendo il gioco fisico o forme di contatto diverse da un abbraccio convenzionale. Riconoscere e rispettare la loro modalità di espressione dell’affetto è importante per comprendere il loro mondo emotivo.

I bambini autistici sanno mentire?

Sì. La ricerca (Li, Kelley, Evans e Lee, pubblicata sul Journal of Autism and Developmental Disorders) mostra che i bambini autistici sono in grado di dire bugie proprio come i loro coetanei neurotipici. Lo studio ha trovato una differenza specifica: i bambini autistici hanno più difficoltà a mantenere la coerenza tra la bugia iniziale e le affermazioni successive (quello che i ricercatori chiamano “controllo della fuoriuscita semantica”), il che li rende talvolta più facilmente scoperti — non perché mentano meno, ma perché è più difficile per loro sostenere la bugia nel tempo. Fonte

I bambini autistici sono violenti?

No, non in generale: la maggior parte dei bambini autistici non manifesta comportamenti violenti. In alcuni casi, però, soprattutto quando sono presenti difficoltà comunicative significative, può comparire una maggiore aggressività, spesso legata alla frustrazione di non riuscire a esprimere bisogni o emozioni con altri strumenti.

Ogni situazione va compresa nel suo contesto specifico: rafforzare le competenze comunicative del bambino è generalmente il modo più efficace per ridurre questo tipo di comportamenti.

I bambini autistici hanno difficoltà di lettura?

I bambini autistici incontrano spesso più difficoltà nella comprensione del testo che nella decodifica delle singole parole. La lettura richiede abilità di elaborazione ed è astratta più di quanto sembri, il che può generare frustrazione, soprattutto se il bambino non trova gratificazione immediata nell’attività. Un approccio individualizzato, che tenga conto degli interessi specifici del bambino per rendere la lettura più coinvolgente, aiuta a sostenere questa competenza.


Genitori di bambini con autismo

Cosa possono fare i genitori di un bambino autistico?

I genitori possono fare molto per sostenere un bambino autistico. Oltre alle risorse specifiche menzionate in questa pagina, l’informazione costante è fondamentale: partecipare a percorsi formativi sull’autismo, collaborare con professionisti per costruire strategie di gestione condivise, e creare un ambiente quotidiano stimolante ma prevedibile.

Il confronto con altri genitori, attraverso gruppi di sostegno e la condivisione di esperienze, può essere prezioso tanto quanto il supporto professionale. Comprendere l’autismo e le esigenze specifiche del proprio bambino — che sono uniche quanto lo è ogni bambino — resta la chiave per offrire il miglior supporto possibile.

Quali sono i primi segnali dell’autismo nei bambini piccoli?

(da inserire nella sezione generale, subito dopo “In che percentuale l’autismo colpisce i bambini?”)

Alcuni segnali possono comparire già nel secondo anno di vita, anche se il ritmo di sviluppo varia molto da bambino a bambino. Tra quelli che pediatri e specialisti tengono più in considerazione: il bambino non risponde al proprio nome entro i 12 mesi, non indica oggetti per condividerne l’interesse (il cosiddetto “puntamento dichiarativo”) entro i 12-14 mesi, non produce singole parole entro i 16 mesi o frasi di due parole entro i 24 mesi, ha un contatto oculare molto limitato, mostra scarso interesse nel gioco condiviso o nell’imitazione, oppure ha reazioni molto marcate a suoni, luci o consistenze.

Un segnale a cui prestare particolare attenzione è la regressione: la perdita di abilità (parole, gesti, competenze sociali) precedentemente acquisite, a qualsiasi età, va sempre segnalata al pediatra.

Nessuno di questi segnali, da solo, è una diagnosi: sono indicazioni per approfondire, non certezze. In Italia, ai bilanci di salute tra i 18 e i 24 mesi, il pediatra utilizza spesso il M-CHAT, un questionario di screening che aiuta a decidere se inviare la famiglia a una valutazione specialistica. Prima si comincia il percorso di valutazione, prima è possibile attivare eventuali interventi di supporto — che nei primi anni di vita hanno un impatto particolarmente significativo.


Che differenza c’è tra autismo e sindrome di Asperger?

(da inserire nella sezione diagnosi, dopo “Quanti livelli di autismo ci sono?”)

Oggi, dal punto di vista clinico, la differenza non esiste più: la sindrome di Asperger non è una categoria diagnostica a sé stante. Fino al 2013 il DSM-IV la distingueva dall’autismo classico principalmente per l’assenza di ritardo nel linguaggio e nello sviluppo cognitivo. Con il DSM-5 (2013), e successivamente con l’ICD-11 (2022), Asperger, autismo infantile e disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato sono stati riuniti in un’unica diagnosi: il disturbo dello spettro autistico, con specificatori individuali per il livello di linguaggio e di funzionamento cognitivo, invece di etichette diagnostiche separate.

Questo cambiamento riflette il fatto che i confini tra queste categorie non risultavano scientificamente netti quanto si pensava. In pratica, molte persone a cui è stata diagnosticata la sindrome di Asperger prima del 2013 continuano a usare questo termine per descriversi — è una parte della loro identità e della loro storia — anche se non viene più assegnato come nuova diagnosi.


I vaccini causano l’autismo?

(da inserire nella sezione generale, come una delle prime domande — è tra le ricerche più frequenti e una risposta chiara aiuta la credibilità di tutta la pagina)

No. È uno dei miti più diffusi e più smentiti nella storia della medicina recente, e vale la pena spiegare da dove nasce per capire perché non regge.

Il sospetto nacque da uno studio pubblicato nel 1998 sulla rivista The Lancet da Andrew Wakefield, condotto su appena 12 bambini, che ipotizzava un legame tra il vaccino trivalente MPR (morbillo-parotite-rosolia) e l’autismo. Le indagini successive rivelarono gravi violazioni etiche e manipolazione dei dati: la rivista ritirò ufficialmente lo studio nel 2010 e Wakefield fu radiato dall’albo dei medici nel Regno Unito.

Da allora, decine di studi su larga scala non hanno trovato alcuna correlazione tra vaccini e autismo — incluso uno dei più ampi, condotto in Danimarca su oltre 650.000 bambini, che non ha riscontrato un aumento del rischio di autismo nei bambini vaccinati con il trivalente, nemmeno in quelli con altri fattori di rischio per l’autismo (ad esempio un fratello o una sorella già nello spettro). L’Istituto Superiore di Sanità conferma questa posizione, così come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le principali società scientifiche internazionali.

L’autismo ha origini che la ricerca continua a studiare — con un ruolo importante di fattori genetici e prenatali, come indicato in altre domande di questa pagina — ma i vaccini non ne fanno parte. Fonte: ISS – Vaccini e autismo


Autismo e scuola: cosa sono il PEI e il PDP, e a cosa ha diritto mio figlio?

(da inserire nella sezione legale, vicino a “Tutti i bambini autistici hanno la 104?”)

A scuola, un bambino con una certificazione di disabilità ai sensi della Legge 104/1992 — come nel caso dell’autismo — ha diritto a un PEI, il Piano Educativo Individualizzato: un documento obbligatorio, redatto insieme da scuola, famiglia e clinici (nel cosiddetto GLO, Gruppo di Lavoro Operativo), che definisce obiettivi didattici personalizzati, strumenti compensativi, ed eventualmente le ore di sostegno assegnate. È il PEI, e non il PDP, lo strumento previsto per l’autismo.

Il PDP (Piano Didattico Personalizzato) è invece lo strumento previsto dalla Legge 170/2010 principalmente per i DSA (dislessia, discalculia e disturbi simili) o, più in generale, per altri bisogni educativi speciali che non richiedono una certificazione di disabilità. Ha una struttura più snella e non è sempre obbligatorio.

In sintesi: la certificazione di disabilità con la 104 apre la strada al PEI e, se necessario, all’insegnante di sostegno; senza questa certificazione, per bisogni educativi più circoscritti si può comunque attivare un PDP, ma è un percorso diverso con tutele diverse. Vale la pena parlarne per tempo con la scuola e con l’ASL di riferimento, idealmente prima dell’inizio dell’anno scolastico.


Che differenza c’è tra autismo e ADHD? Possono presentarsi insieme?

(da inserire nella sezione generale o diagnosi, dopo la domanda sui livelli di autismo)

Autismo e ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) sono due condizioni distinte del neurosviluppo, ma con alcuni tratti che possono sovrapporsi agli occhi di chi osserva da fuori — motivo per cui a volte generano confusione.

L’ADHD è centrato su attenzione, impulsività e/o iperattività: difficoltà a mantenere la concentrazione, a stare fermi, ad aspettare il proprio turno. L’autismo riguarda invece principalmente la comunicazione sociale e la presenza di interessi ristretti o comportamenti ripetitivi. Alcuni comportamenti — come la difficoltà a seguire istruzioni in un contesto affollato, o le reazioni intense a stimoli sensoriali — possono comparire in entrambi i quadri per ragioni diverse.

Le due condizioni, inoltre, possono coesistere nella stessa persona: prima del 2013 il DSM non permetteva la doppia diagnosi, ma con il DSM-5 è stato riconosciuto che possono presentarsi insieme, e la ricerca suggerisce che una quota consistente di bambini autistici soddisfi anche i criteri per l’ADHD. Una valutazione specialistica accurata è importante proprio per distinguere quali tratti appartengono a quale condizione (o a entrambe), perché il tipo di supporto più efficace può essere diverso a seconda del quadro complessivo del bambino.